Il problema dell’ Immigrazione clandestina visto da un ex rifugiato politico.

Sul tema dei respingimenti dei clandestini, riceviamo e con piacere pubblichiamo per i visitatori del nostro sito internet, l'attenta testimonianza inviataci dal Dott.Muderevu Alexis dirigente medico presso il dipartimento d' Emergenza e di Pronto soccorso, Ospedale di Spilimbergo




Lo scrivente è il dott. Muderevu Alexis nato in Ruanda il 20.02.1951,dirigente medico presso il dipartimento d’Emergenza e di Pronto soccorso, Ospedale di Spilimbergo, residente a Feletto Umberto, comune di Tavagnacco(UD).
Il problema dei cosiddetti profughi politici clandestini ha suscitato in questi giorni tante polemiche politiche che hanno visto scendere in campo anche le organizzazione internazionali come l’ONU, il quale ha manifestato il suo disappunto sul respingimento dei profughi verso la Libia..

Io che sono stato profugo politico per trenta anni, ho voluto condividere le mie riflessioni che traggono spunto da un vissuto personale attraverso questo tunnel lungo tre decenni.

Avevo 8 anni nel 1959 quando si verificò il primo genocidio dei Tutsi causando la morte di circa 500 mila persone e costringendo gli altri all’esilio politico; i massacri trovano la loro spiegazione anche se non è la sola, nel retaggio coloniale che ha introdotto delle carte d’identità basata sulla divisione etnica e dell’esclusione di un gruppo etnico a ciclo ed a suo piacimento per meglio regnare.

Nel 1973 sono stato costretto a lasciare il Paese in seguito all’ennesimo massacro dei Tutsi organizzato a tutti i livelli della vita sociale, scuole, settori dell’impiego pubblico e privato e persino nei seminari. Frequentavo la facoltà di medicina quando il governo al potere organizzò questi massacri nelle scuole di ogni ordine fino al campus universitario; molti dei miei colleghi furono assassinati dai nostri coetanei di un'altra etnia (Hutu).

Per miracoli mi sono salvato e mi sono rifugiato in Burundi, Paese limitrofe; gli altri si sono ritrovati in altri Stati vicini come Uganda, Congo e Tanzania seguendo la via più breve per salvarsi la pelle.

In Burundi sono stato riconosciuto ufficialmente profugo politico sotto tutela dell’ONU per 3 anni Lavorando in una banca; la voglia di diventare medico mi ha spinto ad interrompere il lavoro ed ha chiedere iscrizione presso una Università italiana che ho ottenuto nel 1976 presso l’Università di Bari.
CCon il certificato d’iscrizione all’Università insieme al “Titolo di Viaggio” (passaporto per i rifugiati) mi sono recato all’ambasciata d’Italia per chiedere il visto d’ingresso in Italia. Sono arrivato in Italia appunto nel 1976 dove ho conseguito una laurea in medicina e chirurgia, una specializzazione in Chirurgia d’Urgenza e di Pronto soccorso all’Università di Bari e una altra specializzazione in Chirurgia generale all’Università di Udine.

Ritornando al tema di attualità,volevo dire che ogni perseguitato politico di qualsiasi livello sociale che sia, imbocca la via più breve possibile anche se avvolte pericolosa per oltrepassare la frontiera sano e salvo; una volta arrivato nello Stato di prima accoglienza viene accolto dalle strutture locali di accoglienza che poi lo segnalano all’ alto commissariato dell’ONU per i rifugiati che lo tiene in carico da un punto di vista giuridico; (questa fase costituisce la prima accoglienza).

Nel caso il rifugiato riconosciuto dall’ONU (dopo aver verificato l’esistenza della persecuzione della persona per le sue idee o appartenenza etnica nel suo paese) volesse lasciare il paese di prima accoglienza per recarsi in altri Paesi per motivi di lavoro o di studio, l’alto commissariato rilascia il documento di viaggio che funge da Passaporto ovviamente dopo la verifica della documentazione proveniente dal Paese di 2° accoglienza attestando l’accettazione di accoglienza per motivi di studio o di lavoro o di ricongiungimento famigliare.

I barconi di 250 persone, uomini, donne e bambini che sbarcano quasi ogni giorno in Italia senza documenti dovrebbero aver i seguenti criteri per essere considerati rifugiati politici:

Criterio di asilo politico di prima accoglienza:
Per sbarcare in Italia come paese di prima accoglienza dovrebbero essere cittadini di paesi riconosciuti in guerra o con regimi dittatoriali e confinanti con l’ Italia; per quanto ne sappiamo tutti né la Libia di Ghedafi né la Tunisia sono in guerra civile.

Criterio di asilo politico di seconda accoglienza:
Per aver il diritto internazionale di seconda accoglienza la persona dovrebbe aver avuto la prima accoglienza dove gli è stato rilasciato un documento di riconoscimento (titolo di viaggio) che funge da passaporto rilasciato dall’alto commissariato delle nazioni unite e dovranno aver un visto d’ingresso in Italia rilasciato dalle ambasciate italiane all’estero.

Quando mancano questi due criteri non ci dovrebbero essere presupposti per essere considerato rifugiato politico richiedente asilo di prima accoglienza, tranne per i rari casi di personaggi di alto rango politico che, in caso di persecuzioni da parte dei regimi, si rifugiano presso ambasciate straniere per poi prendere la fuga con mezzo aereo fino al paese di prima accoglienza.

Del resto credo di non sbagliare quando penso che la maggiore parte delle persone che sbarcano nelle isole siano dei rifugiati economici che sono ricattati dalle organizzazione criminali: innanzitutto perché la somma pagata a queste organizzazioni è esorbitante (dai 2 ai 3mila euro il viaggio di andata), quando la maggiore parte di quei sfortunati non guadagna più di 10 euro al mese. br /> PPer organizzare il viaggio il candidato deve fare una colletta tra famigliari ed amici con impegno di rimborsare il debito dopo aver trovato il lavoro in Europa (se mai ci arriva !!).

Le organizzazioni criminali sanno che è difficile fare entrare un rifugiato economico in Europa, perciò attraggono le loro vittime permettendogli l’attraversamento sotto l’etichetta di rifugiato politico. A titolo d’esempio ,nel 1993 quando c’era la guerra in Ruanda sono stati arrestati nel porto di Trieste dei clandestini di nazionalità Tanzaniana che si erano dichiarati rifugiati Ruandesi; il sottoscritto andò a verificare l’esattezza delle loro dichiarazioni e fu sorpreso che non sapevano una parola in Ruandese.

Gli asiatici che hanno una fisionomia caratteristica dichiarano facilmente di essere iracheni o curdi
in quanto si sa che c’è la guerra; gli africani dell’area subsahariana dichiareranno che sono sudanesi del Darfur, o somali ecc.
Chiunque vede una nave piena di disperati (anche per motivi diversi) viene toccato profondamente al cuore, soprattutto quando viene respinto indietro dopo che il suo sguardo abbia visto la cosiddetta terra promessa.

Però dobbiamo anche considerare che uno stato sovrano e democratico ha il dovere di fare rispettare le sue leggi quando sono consone con la sua costituzione e con il diritto internazionale.
Ci sono delle leggi in materia di accoglienza dei lavoratori stranieri e per i veri rifugiati politici; queste leggi se sono buone vanno applicate e nel caso fossero inadeguate vanno riviste tempestivamente nelle sedi opportune senza estremismi.

Le dichiarazioni generiche da parte del commissario dell’ONU secondo cui gli occupanti della nave respinta verso la Libia sono tutti rifugiati politici fa capire quanta superficialità regna in quegli ambienti: Come fa il commissario dell’ONU per i rifugiati seduto a Roma possa affermare una cosa simile senza recarsi neanche sul posto (a meno che sia stato prima informato dell’identità dell’equipaggio e della sua provenienza!!).

La stessa ingenuità viene contemplata nelle dichiarazioni ufficiali di alcuni responsabili dei partiti soprattutto dell’opposizione che sembrano annebbiati non dalla mossa politica ma forse da pregiudizi ideologici.

Possiamo sperare un giorno di vedere in Italia un partito di maggioranza di governo che si complimenta con l’opposizione per una proposta giusta e vice versa l’opposizione che esalta le scelte giuste del governo di maggioranza?

Infine, siccome la politica della porta spalancata per tutti non giova né all’Italia né all’Europa che ha sempre criticato sottovoce l’Italia come maglia larga dell’Europa, ci vuole una nuova strategia che non si attacca esclusivamente ai disperati, ma piuttosto alle organizzazioni di trafficanti di essere umani che operano sia in Italia che all’estero attraverso una collaborazione politica multilaterale e dei servizi di intergency.

Cosi, solo un flusso migratorio controllato e sostenibile in grado di rispondere alle attese sia dei cittadini europei e particolarmente italiani da una parte e dei richiedenti ospitalità dall’altra, può attenuare le vistose tensioni intercomunitarie che sfociano nell’intolleranza e nella xenofobia.


Tavagancco 15,05.09                                  Dott.Alexis Muderevu